"Fino a quando?"

SCALABRINI-FEST DI PRIMAVERA

"Una fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo"
(Papa Francesco, Evangelii Gaudium, 183
)

Tra noi c'è chi è arrivato in Europa proprio attraverso uno dei viaggi pericolosi di cui abbiamo sentito, chi invece vive in un paese sicuro e riguardo a questa realtà conosce solo le immagini della televisione. Le nostre esperienze, i nostri modi di vedere sono molto diversi, ma tutti in un modo o nell'altro siamo tentati di credere che di fronte a ingiustizie tanto grandi non ci sia nessuna possibilità di intervenire, che il male sia più forte del bene, che il mondo non possa cambiare. Che cosa dice la Bibbia a questo proposito?

Chi di noi non è tentato di dire che tante situazioni di ingiustizia presenti oggi nel mondo ci superano e non potranno mai cambiare? E dobbiamo anche riconoscere che si tratta di una tentazione giustificata: essa trova le sue ragioni nella complessità dei fenomeni, che è tale da scoraggiare ogni intervento. E tuttavia c'è una Parola, la Parola di Dio, le cui ragioni sono più forti. In effetti, se di fronte a tale complessità e al peso delle ingiustizie è ragionevole dire che sia impensabile un cambiamento, è ancora più ragionevole mettersi dalla parte di Dio, di Colui che conosce bene il cuore dell'uomo (perché è Lui che l'ha fatto) e sentire cosa ne pensa Lui.

Se cominciamo a cercare nella Bibbia, ci riconosciamo prima di tutto in un grido che ritorna più volte: "Fino a quando, Signore?". Questo grido - rivolto a Dio nelle più diverse situazioni - è molto attuale, è anche il nostro grido di uomini e donne di oggi. Guai se non lo fosse: significherebbe che stiamo diventando indifferenti. Anzi esso va ripetuto e ripetuto con insistenza: "Fino a quando, Signore?". Sì, perché non è solo un grido, è anche una testimonianza di fede: mentre lo gridiamo, testimoniamo a noi stessi e all'altro che c'è un TU verso il quale in ogni situazione possiamo gridare, che c'è uno che è Signore, il quale, sì, dal nostro punto di vista sta ritardando, ma che in ogni caso può intervenire e certamente interverrà.

Se non vogliamo cedere alla tentazione di rassegnarci, se sentiamo la necessità di comprendere in profondità la storia con i suoi avvenimenti, se non vogliamo rimanere spettatori e ci chiediamo come contribuire alla pace, ad un mondo più giusto, allora vale la pena confrontarci con l'ultimo libro della Bibbia, il libro dell'Apocalisse. È forse il libro più difficile di tutta la Bibbia, certamente il più incompreso, quello che - a causa del suo linguaggio estremamente simbolico, per cui ne sono derivate le interpretazioni più diverse e più strane - ha provocato innumerevoli malintesi e, di conseguenza, molti guai!

In genere lo si conosce come il libro che parla della fine del mondo, un libro scritto per far paura. In verità, al centro di questo libro è l'interesse per la storia, la storia dell'umanità e la ricerca del senso di questa nostra storia. In effetti, questo genere letterario cosiddetto "apocalittico", questo modo di scrivere, carico di simboli, di scene molto fantasiose e spesso catastrofiche, in genere collocate in cielo, è tipico delle epoche di crisi, dei momenti in cui è particolarmente difficile capire che cosa sta succedendo. In quei momenti il credente si rende conto che per comprendere veramente la storia, la deve guardare dall'alto, cioè dal punto di vista di Dio, che il linguaggio simbolico chiama il "cielo". Nella concezione apocalittica, dunque, il vero storico è il profeta, cioè colui che guarda ogni cosa a partire dalla certezza che c'è un progetto di Dio per la storia, per l'umanità. E ne tira le conseguenze!

Ci limitiamo ora ad un solo simbolo, che si trova sia all'inizio come alla fine del libro, un simbolo dunque importante!
All'inizio, quando incomincia la lunga serie di visioni simboliche (c. 4), si legge che Giovanni, cioè uno dei testimoni più vicini a Gesù, in una profonda esperienza di preghiera guarda nel "cielo", la "porta" è aperta e prima di tutto egli vede un "trono", sul quale c'è uno che siede. È chiaramente il "trono di Dio".

Siamo di fronte al linguaggio simbolico: per alcuni il "trono" è un simbolo attraente, per altri evoca immediatamente dominio, potenza e soprattutto prepotenza. Certo, dipende da chi vi è seduto! E se su quel trono c'è Colui che ha fatto tutto ciò che esiste, Colui che per amore ci ha pensato e voluto, allora esso è davvero rassicurante. Ci dice che c'è Qualcuno che guida la storia: essa non è sfuggita di mano a Colui che ha fatto tutto ciò che esiste. La storia del mondo, la nostra storia è in buone mani. E questo non è poco!

Ma nel libro dell'Apocalisse c'è qualcosa di più: non solo la certezza del progetto di Dio, ma la certezza che il suo progetto si è già definitivamente realizzato in Gesù, nella sua morte in croce per amore, un amore la cui vittoria è confermata per sempre con la risurrezione di Gesù.
Lo sappiamo, tutto quello che Dio aveva da dire all'umanità, tutto il suo amore, la sua stima per l'uomo, la sua fedeltà ostinata lo ha detto in Gesù e in particolare nel momento della sua morte in croce. Proprio il Crocifisso risorto è presente dall'inizio alla fine del libro dell'Apocalisse nella figura simbolica di un agnello "in piedi come ucciso" e posto proprio "in mezzo al trono" (5,6). Non solo Dio guida la storia, dunque, ma al centro della storia, nel cuore della storia, c'è la vicenda concreta che Gesù ha vissuto, attraverso la quale Dio ha mostrato definitivamente il suo progetto.

La parola "apocalisse" significa "rivelazione", ma - appunto - la "rivelazione", la "luce" necessaria per comprendere in profondità la nostra storia non è altro che la vicenda di Gesù. È guardando alla sua vita, al suo stile di vita, a come ha vissuto, a come è morto e a come ha vinto la morte che si può comprendere che cosa veramente conta nella storia1.
Dobbiamo ritornare sempre di nuovo agli eventi della Pasqua e allora incominciamo a comprendere prima di tutto che il progetto di Dio è sempre combattuto e che ci sono situazioni, momenti, avvenimenti - come nella vicenda concreta di Gesù - in cui le forze contrarie sembrano prevalere. Ma incominciamo anche a comprendere che la via dell'amore, della non violenza coraggiosa e del perdono può anche essere crocifissa, ma non vinta. Da qui deriva una grande consolazione, una profonda fiducia e, insieme a questo, un criterio di valutazione per le nostre scelte, una chiave per comprendere cosa veramente conta per poter fare storia con Dio. In sintesi e con parole semplici lo possiamo esprimere così: se vuoi fare storia, mettiti dalla parte di Gesù, percorri con lui la strada che lui ha percorso, fai tuo il suo stile di vita.
Oggi sempre di più la vita quotidiana ci dà occasioni di trovarci vicino a chi è molto diverso da noi. E ci chiediamo: come guardarci? come incontrarci? come regalarci gli uni gli altri stima e coraggio, così che ciascuno nella situazione in cui si trova possa dare il meglio di sé come contributo unico e insostituibile al progetto di Dio? Un suggerimento ce lo dà proprio quel Giovanni alla cui esperienza si riferisce il libro dell'Apocalisse, lui che è stato uno dei discepoli più vicini a Gesù, un testimone della prima ora. È molto significativo leggere come, all'inizio del libro (1,9), Giovanni si presenta agli altri cristiani, alla comunità per cui scrive. Ecco il testo:

Io Giovanni vostro fratello
e compagno (syn-koinonos)
nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza
in Gesù...


È una breve presentazione, ogni parola è certamente pensata e quindi ricchissima di significato.

Io Giovanni vostro fratello: prima di tutto "fratello", consapevole dunque di appartenere ad una famiglia, alla grande famiglia dei credenti, i cui confini li può delineare solo Colui che conosce i cuori. Ecco un primo suggerimento: incontrarci sapendo di essere "famiglia".

Vicino a "fratello", Giovanni aggiunge un altro termine che possiamo tradurre con "compagno", cioè con-partecipe, in un legame di profonda condivisione che Giovanni subito precisa con tre termini.

Il primo, tribolazione, dice la situazione non semplice in cui Giovanni e i primi cristiani si trovavano a vivere, le difficoltà che dovevano affrontare. Ecco la prima condivisione è il portare gli uni i pesi degli altri, proprio il contrario dell'indifferenza.

Ma Giovanni non si ferma qui, all'aspetto negativo, egli aggiunge subito: compagni.... nel regno. L'espressione può sembrare a prima vista un po' enigmatica, ma se teniamo presente il "trono", allora non è difficile capire perché Giovanni parli di regno. Colui che è in mezzo al trono, l'agnello, regna perché ha vinto, ma la sua vittoria non l'ha tenuta solo per sé! Proprio il libro dell'Apocalisse dice "ci ha fatti regno" (1,6): quel "regno" che secondo i vangeli è presente nella storia con la piccolezza e la forza di un seme, è affidato anche a noi perché possa crescere nella storia. Che dignità, che stima ha Dio per noi che condividiamo questa responsabilità! E possiamo guardarci riconoscendoci chiamati insieme a questa dignità!

E infine: nella perseveranza, nella costanza. Il termine greco qui usato - hypomonè - può essere tradotto letteralmente come "capacità di tenuta", quella capacità di tenuta che cresce proprio in mezzo alle difficoltà e ci rende cristiani maturi, capaci in ogni situazione di guardare avanti!

E la presentazione di Giovanni ha un'aggiunta finale che è determinante: "in Gesù". In questo modo i primi cristiani ci testimoniano la consapevolezza che tutto questo, se vissuto sulle nostre forze, sarebbe impossibile, ma è certamente possibile se vissuto con Gesù.

Quando alla fine del libro ci è presentata la meta verso cui l'umanità sta camminando, il trono è ancora una volta presente come un simbolo importante. E, inaspettatamente, Colui che siede sul trono prende la parola (21,5). Nel libro dell'Apocalisse solitamente Dio non parla, sono altri che parlano in suo nome. Solo all'inizio (1,8) ed ora, alla fine, interviene Lui stesso: ci dobbiamo aspettare un'affermazione importante.

Subito prima sono stati presentati due simboli per dire la meta: "un nuovo cielo e una nuova terra" (21,1) e "la nuova Gerusalemme" (21,2). La breve presentazione che segue termina significativamente con "le cose di prima sono passate" (21,4). La caratteristica dominante, dunque, è il "nuovo". Proprio a questo punto colui che siede sul trono prende la parola! La frase è molto semplice e breve, il tempo del verbo è il presente, che in greco è il tempo dell'azione continua: "Ecco io faccio nuove tutte le cose".

In poche parole troviamo così sintetizzato ciò che tutti desideriamo, presentato però non come un sogno o lo sforzo di alcuni, ma come l'opera di Dio nella storia. L'uomo biblico è consapevole che l'uomo da solo si ripete. In effetti, in tante occasioni constatiamo che è persino difficile che impari dalla storia. L'uomo biblico è consapevole che la vera novità è possibile soltanto a Dio. Sì, la possibilità di un inizio nuovo, di un rinnovamento profondo non è un sogno, ma una concreta possibilità, anzi è ciò che Dio sta operando. Certo, è un'opera non ancora completata, la pienezza appartiene al futuro, ma è importante notare che non viene detto "Io farò nuove tutte le cose", ma "Io faccio (cioè sto facendo) nuove tutte le cose"! C'è un lavoro in corso, dunque, che tocca anche il nostro presente.

E per dire che nessuno può ostacolare seriamente ciò che Dio sta facendo, il linguaggio simbolico dell'Apocalisse, già nella prima scena in cui si era parlato del trono, aveva detto che "dal trono uscivano lampi, voci e tuoni" (4,5), più avanti si dirà anche terremoti (cfr. 8,5). Chi può fermare un temporale? chi può fermare un terremoto? Allo stesso modo - dice il linguaggio simbolico dell'Apocalisse - nessuno può fermare l'opera di Dio, che sta facendo nuove tutte le cose e questo però non senza la nostra collaborazione.

[dall'intervento di Anna Fumagalli]

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1 Cfr. Bruno Maggioni, L'Apocalisse. Per una lettura profetica del tempo presente, Cittadella Editrice, Assisi 2008, 59-60