"Io c'ero"
"Io ho visto e so cosa accade"


Alla Scalabrini-Fest di Stoccarda, i giovani che avevano partecipato al Campo estivo itinerante in agosto hanno comunicato alcuni frutti della settimana vissuta insieme. Erika ha scritto il testo, raccogliendo contributi e suggerimenti da tutti gli altri "campisti". Durante il Forum Chiara si è fatta portavoce leggendo la sintesi dell'esperienza comune, che riportiamo qui di seguito.

"Der Fremde ist ein Freund, den du noch nicht kennst"
- Lo straniero è un amico che ancora non conosci -

Abbiamo vissuto l'esperienza del campo estivo con giovani provenienti dalla Germania, dall'Italia, dalla Polonia e dalla Romania.
Abbiamo incontrato migranti e rifugiati alla frontiera tra Svizzera e Germania in un centro di prima accoglienza, negli alloggi collettivi, nelle famiglie e anche in carcere ad Heimsheim, vicino a Stoccarda.

Cosa dire della nostra esperienza al centro d'accoglienza per rifugiati a Basilea? È stata una delle più intense della nostra vita, una di quelle che ti penetrano nel cuore, senza che tu te ne accorga. Una di quelle che vivi, gustandone ogni attimo e cercando di catturare quanto vi è di più bello, e poi te ne vai e ti senti profondamente insoddisfatto, perché hai l'impressione di non aver fatto abbastanza per viverla appieno. Torni a casa e magari non ci pensi più... ma poi salta fuori. Sì, è lei, è la bellezza dell'esperienza che hai vissuto e tu sei la sua preda: ti ha catturato e non puoi più fuggire! È una di quelle esperienze per le quali, poi, volens nolens, ogni volta che incroci uno sguardo ti chiedi: "Chissà chi ho davanti? chissà qual è la sua storia? chissà quante ne ha passate e da dove arriva?".
Ma soprattutto è una di quelle esperienze che ti scuotono dalla tua comoda vita e che ti costringono a domandarti: "E io cosa posso fare?". Forse nulla, forse più di quanto crediamo...
Ciò che ci ha maggiormente stupiti è stata l'accoglienza reciproca: gente proveniente da situazioni così diverse, con storie talmente differenti, legate dal desiderio di conoscere e farsi conoscere. Nessuno di loro ha avuto paura di raccontare la propria storia, di venir giudicato.

Gli "animali in gabbia", quelli sotto osservazione non erano loro, eravamo noi. Noi, quelli fortunati, liberi di muoverci, di stare con la nostra famiglia, di girare il mondo; noi che di nostra iniziativa siamo andati da loro per ascoltare i loro racconti. E questo stupore nel vederci, questa sorpresa trapelavano dai loro occhi. I loro sguardi esprimevano sofferenza, ma anche speranza, bisogno di amore e desiderio di amare. Nessuno di loro era arrabbiato per la propria situazione o pieno di rancore; ci hanno invece insegnato che la collera nei confronti degli altri lede solo noi stessi. Questo stato d'animo è stato per noi una rivelazione, non lo credevamo possibile per gente che ha sofferto così tanto per colpa di altre persone.

I loro racconti giungevano alle nostre orecchie pieni di tutto il dolore vissuto, eppure quello stesso dolore restava per noi come un mistero, che potevamo solo percepire, solo intuire, solo immaginare, perché i migranti, loro che hanno vissuto questa sofferenza, scelgono di rendertene partecipe, ma quasi a volerti proteggere, non te la gettano addosso. Ci è sembrato che il loro migrare li avesse spalancati sul senso di appartenenza all'umanità intera, al mondo, sul fatto che la nostra vera patria la troviamo nella relazione con gli altri e con Dio. È qui che ogni uomo è veramente a casa.

Questi sono i migranti, persone che un tempo appartenevano ad una famiglia, ed abitavano in uno Stato e che ora appartengono all'umanità intera e sono cittadini del mondo. È stata un'esperienza d'amore e d'incontro tra gli uomini, culminata nell'augurio di alcuni rifugiati, augurio di "buona fortuna", che suonava in modo nuovo alle nostre orecchie, tanto abituate a sentire queste due parole. Non era un semplice: "Hey, amico, stammi bene, mi raccomando, e abbi cura di te", ma piuttosto un: "Amico nuovo, ma già tanto caro, ti auguro sinceramente che la tua vita sia sempre felice, colma di belle esperienze e che tu non debba mai vivere ciò che noi abbiamo vissuto e ancora viviamo".

Andarcene e lasciarli lì ad attendere, ad aspettare, a sperare, ha stretto il cuore ad ognuno di noi, ma ci ha resi più consapevoli della nostra missione, testimoniare, dire al mondo: "Io c'ero, io ho visto e so cosa accade! È così... facciamo qualcosa!".
Ora tocca a noi, questo è il nostro compito, noi diveniamo distruttori ed architetti: demolitori di frontiere e di pregiudizi e costruttori di universalità.

I giovani del Campo estivo 2008