SCALABRINI FEST DEI FRUTTI 2009
L'incontro con lo straniero:
una via per aprirci a Dio e al mondo?
In Europa e nel mondo intero aumentano le reazioni di rifiuto e d'insofferenza nei confronti di chi è straniero, immigrato o rifugiato, fino ad episodi gravi di violazione dei diritti umani e di disprezzo della vita. Il titolo della Scalabrini-Fest dei Frutti 2009 al Centro di Spiritualità di Stoccarda (2-4 ottobre): "L'incontro con lo straniero: una via per aprirci a Dio e al mondo?" è una domanda che spinge ad andare alla radice del nostro rapporto con l'altro, con ogni persona. Erano presenti quasi 300 persone di 32 nazionalità diverse. Il programma, rallegrato da un bel sole autunnale, ha offerto tante possibilità di scambio, incontro, preghiera, musica, comunione dei beni... Il forum sul tema della festa ha avuto come ospite il Prof. Dr. Jörg Splett.
Di seguito riportiamo in sintesi le risposte del relatore alle domande di alcuni partecipanti alla Festa.
| Il Prof. Dr. Jörg Splett ha studiato filosofia, pedagogia e teologia fondamentale presso le Università di Colonia e di Monaco, ed è stato già negli anni giovanili assistente di Karl Rahner. Ha insegnato presso le Università di Monaco e di Francoforte ed è annoverato tra i più importanti filosofi delle religioni e antropologi contemporanei di lingua tedesca. Il pensiero di Jörg Splett si muove alla frontiera tra Dio e l'uomo, tra teologia e filosofia. Alla ricerca dei fondamenti antropo-teologici dell'incontro con l'altro - che è sempre straniero - egli mette in risalto la possibilità del dialogo non nonostante, ma grazie alla diversità. Il Prof. Splett è sposato e ha due figli, di cui uno filosofo e l'altro teologo. |
Agnese: Non di rado in noi e intorno a noi si può cogliere una singolare situazione. Da un lato si avverte un certo fascino per le diversità etniche e culturali - basti pensare al cibo, alla moda, ai luoghi di vacanza, alle relazioni virtuali...-, dall'altro lato si nota la paura di aprirsi allo straniero che bussa alle porte delle nostre città in cerca di accoglienza. Chi è diverso, straniero attrae e insieme fa paura. Come mai? Forse perché l'altro - non importa se straniero o conosciuto - viene visto come qualcuno che ci limita, come una minaccia alla nostra identità ed "autorealizzazione"? Che cosa si nasconde dietro la parola "autorealizzazione?".
Jörg Splett: Prima di rispondere, vorrei ringraziare per l'invito, non da ultimo perché anch'io faccio parte dei cosiddetti "stranieri". Circa 30 anni fa su una rivista italiana è stata pubblicata un'intervista dal titolo: "Il filosofo senza patria". Nel 1945, infatti, sono stato profugo di guerra insieme a mia madre e ad altri quattro fratelli. Ero il maggiore e avevo otto anni e mezzo. Ho visto così tanta violenza, stupri e morte che per me l'infanzia è finita in quel momento. Anche queste realtà appartengono al nostro tema. Tornando alla domanda, certamente ciò che è straniero è ambivalente: ci affascina, risveglia la nostra curiosità, ci stimola, perché siamo contenti di poter superare i nostri stretti confini. Al tempo stesso ci fa paura, perché, quando incontriamo l'altro, non sappiamo che cosa ci aspetta o come egli si comporterà. È difficile per noi capire ciò che egli dice e fa.
Non ci sarebbe nelle culture in tutto il mondo una così chiara "legge dell'ospitalità", secondo cui per tre giorni ci si deve comportare bene con l'altro, se non fosse naturale vedere nello straniero un possibile nemico. In molte lingue, non solo in latino (hostis=straniero, nemico), esiste un'unica parola per dire straniero e nemico.
Ritengo che la parola "autorealizzazione" sia discutibile. Tra le numerose possibilità che abbiamo, siamo in grado, di volta in volta, di realizzarne veramente solo una. E tutte le altre? Tra i versi del poeta tedesco Friedrich Hebbel si trova la frase: "E colui che io sono saluta triste colui che sarei potuto essere". Dunque, quando io mi voglio realizzare, vengo rimandato a tutte le possibilità che non posso attuare. Proporrei, perciò, di sostituire il termine "autorealizzazione" con la parola "rispondere": dare la giusta risposta. Un esempio: qualcuno per strada mi chiede dov'è la stazione. Se penso alla mia "realizzazione", cioè a sviluppare tutte le mie possibilità, sorge in me la domanda: "Do l'indicazione in tedesco, in inglese, in francese...? Lo faccio cantando un'aria oppure con un mimo?". Invece, devo solamente dire: "La seconda strada a destra, la prima a sinistra" e, così, non mi realizzo. Se, al contrario, il mio desiderio è quello di rispondere a chi mi sta davanti e ho la giusta risposta, me ne rallegro e faccio contento anche l'altro.
Nell'incontro con l'altro, che in qualche modo è sempre un po' straniero, diveniamo via via più consapevoli dei nostri confini, cioè dei contorni del nostro io, perché la frontiera è sempre l'elemento in comune tra (almeno) due. Nella sfera della persona e della libertà il confine significa fondamentalmente "incontro". Questa esperienza della frontiera provoca certo paura, ma le si può opporre la fiducia, l'unica realtà che è in grado di aprirci. Rapportandomi solo a me stesso non imparo a conoscermi. L'immagine che io ho di me stesso e quella che mia moglie o che i miei figli hanno di me non coincidono. Questa è un'opportunità per il dialogo. Solo con entrambi gli occhi, con due campi visivi si può vedere in modo tridimensionale.
Marie-Thérèse: Ho studiato pedagogia sociale a Padeborn e da due anni lavoro a Francoforte in una scuola materna e in un dopo-scuola, in cui il 95% dei bambini ha un retroterra migratorio.
Viviamo in una società in cui la vita è frenetica e che si è trasformata profondamente soprattutto a causa delle nuove tecnologie: cellulari, SMS, e-mail, forum in internet, Facebook... Tutto ciò ha delle conseguenze sulla nostra vita e sulle relazioni. L'impressione di poter essere vicini virtualmente a tante persone si è rafforzata tanto quanto l'esperienza della solitudine e dell'estraneità. Come possiamo in questa situazione progredire nella nostra umanità? E che cos'è poi l'umanità? Uno dei suoi libri s'intitola: "Umanità, meta di apprendimento". Cosa significa in questo contesto? Ciò che è umano in che rapporto sta con ciò che è cristiano?
Jörg Splett: Da sempre il vero problema nell'amore del prossimo è stata la vicinanza. Da lontano è più facile amare. Dostojewski scriveva: "Spesso è il volto degli altri che disturba". Se sono lontani, non siamo costretti a guardarli in faccia, anzi non li vediamo affatto, come nella
chatroom. È una nuova dimensione di un tema già noto: il pericolo di fuggire dal reale e dal concreto verso il virtuale, dove si sogna più che incontrare la realtà. La concretezza ci fa sempre un po' male. L'amore riguarda la realtà e non i sogni romantici - oggi si direbbe la vita apparente nella sfera virtuale. Questo si evidenzia in modo particolare nei cosiddetti sogni ad occhi aperti, quando ci s'immedesima in un eroe o in una principessa e nessuno ci infastidisce. Già nei sogni notturni le cose possono andare diversamente. Invece, i sogni ad occhi aperti sono nelle nostre mani e per questo ci lasciano così vuoti. La realtà ci capita addosso, ci limita e questo è urtante. La domanda è allora: come ci rapportiamo con essa?
In tedesco il termine "umano" ha due contrari: "non umano" (gli déi, gli animali, le pietre& ) e "disumano". Solo gli uomini possono essere disumani. E quando lo sono, spesso dicono: "Questo, dopo tutto, è umano" e hanno purtroppo ragione.
Cosa s'intende per umano? Il filosofo Immanuel Kant l'ha formulato nel modo più preciso, dicendo: "Non posso mai ridurre l'uomo solo ad un mezzo". Il "solo" è importante, poiché tutti siamo in qualche modo anche dei mezzi gli uni per gli altri. Io, ad esempio, sono adesso per voi un po' un mezzo per la vostra formazione, così come chi prepara il pranzo è in parte un mezzo per il nostro nutrimento...
In quanto esseri viventi, siamo egocentrici: noi stessi siamo il nostro centro. Percepiamo solo il nostro dolore, la nostra fame, la nostra sete, non quelli delle altre persone. Dobbiamo imparare ad evitare che da questo si sviluppi l'egoismo.
Ecco una possibile definizione dell'amore: considerare l'altro altrettanto reale quanto se stessi e considerare la gioia, la paura e la necessità dell'altro altrettanto reali quanto le proprie. Per questo la giustizia era per gli Antichi la virtù fondamentale. Tuttavia, il non fare preferenze per il proprio io, l'essere imparziali non è scontato: è necessario imparare. Davanti alla giustizia, Aristotele - un filosofo normalmente piuttosto sobrio - diventa persino poetico: "Né la stella del mattino, né quella della sera sono così belle come la giustizia".
A mio avviso, a livello di etica non vi è qualcosa di specificamente cristiano. Si sente a volte dire che i cristiani sono migliori degli altri. Ritengo che sia un'affermazione sconveniente in considerazione della realtà e delle esigenze dell'etica cristiana. Anche i testi di altre grandi etiche arrivano all'amore dei nemici. Ciò che è propriamente cristiano è la consapevolezza del fatto che non solo siamo figli dello stesso Creatore, ma che come cristiani possiamo credere che Dio stesso si è fatto uomo. Da quel momento in avanti, non si può più parlare dell'uomo in modo dispregiativo come fanno alcuni manifestando in fondo odio verso se stessi. Anche prima non ci si sarebbe potuti esprimere così, perché era un'offesa al Creatore, ma da quando Dio è diventato uomo ciò è assolutamente inaccettabile. Gli uomini della Bibbia sono chiamati all'amore oltre la giustizia e tanto più i cristiani, i quali sanno che Dio non solo come Creatore è il Tu di tutti, ma che, fattosi egli stesso uomo in suo Figlio, è nostro fratello.
Serge: Vengo dal Togo, ho studiato filosofia, sociologia, etnologia e comunicazione interculturale e lavoro presso la fondazione Kinderdorf Pestalozzi in Svizzera come direttore pedagogico di un progetto interculturale.
A causa delle migrazioni e della globalizzazione, l'incontro tra persone di differenti culture e religioni è diventato per noi oggi nel nostro stesso paese un dato di fatto. L'emigrazione è, però, anche una lente d'ingrandimento del nostro essere umani, sotto la quale la diversità dell'altro - di ogni altro - diventa più evidente. Essa può anche disturbare e ferire.
Qui nel pubblico sono presenti molte famiglie. Come genitori abbiamo un compito educativo nei confronti dei nostri figli. Quale ruolo gioca la famiglia oggi nell'educazione all'umanità?
Jörg Splett: Anch'io sono padre di due figli e provengo da una famiglia in cui ero il maggiore di otto fratelli. In tale situazione s'impara quasi da sé a vivere insieme, a farsi da parte per gli altri; è normale che ci siano dei litigi e dei tentativi di giustizia. S'impara a vivere le relazioni sia con i fratelli che con le sorelle. Ritengo molto importante il vivere insieme all'interno della famiglia. I genitori si sono scelti, eppure già tra loro vi è una prima esperienza di estraneità; in seguito, però, non possono scegliere i propri figli. Mio padre e mia madre potevano al massimo desiderare un maschio, ma in seguito hanno dovuto aprirsi ed abituarsi a me. Solo uno mi ha voluto: Dio. Egli ha chiamato ciascuno per nome. Tra noi possiamo solo accoglierci, accettarci, darci il benvenuto. Questo "rispondere a" esiste già tra genitori e figli e si ripete nuovamente tra fratelli e sorelle.
In famiglia s'impara inevitabilmente il vivere in comunità con i suoi diritti e i suoi doveri e al posto dell'egocentrismo si apprende l'essere-con. Chi assorbe tutto questo in famiglia, riuscirà a viverlo più facilmente nella scuola materna, in quella elementare e via via nelle diverse situazioni della vita fino all'incontro con altre culture.
Marco: Vengo da Lecco e lavoro come ingegnere a Milano. La prima importante esperienza con la mia fidanzata Marianna, un'esperienza che ha segnato la nostra vita di coppia, è stata la Scalabrini-Fest a Solothurn nel 2006. Una volta ho letto che amarsi non significa guardarsi gli uni gli altri, ma guardare insieme nella stessa direzione. Ci potrebbe dire qualcosa sulla relazione tra uomo e donna? Essi in fondo rappresentano la maggiore diversità umana. Lei ha affermato una volta che l'uomo e la donna è come se parlassero due lingue differenti anche quando appartengono alla stessa cultura e che la difficoltà provocata da questa diversità fa parte dell'esperienza dell'amore. In che senso?
Jörg Splett: Già tra "l'io e il tu" esiste una profonda estraneità. Ma la differenza tra i sessi è per me davvero la più profonda diversità. Essa si fonda sul fatto che l'uomo genera e la donna concepisce e partorisce. Questo differente rapporto con il proprio corpo determina un atteggiamento sostanzialmente dissimile verso se stessi, il mondo e l'insieme della realtà. Il fatto che qualcuno, a partire dalla propria corporeità, sia predisposto o meno a portare per nove mesi dentro di sé una persona oppure sia predisposto a penetrare in un altro o ad accoglierlo è una differenza talmente fondamentale che ci si può certo immedesimare nell'altro ma solo in modo molto limitato. Tale diversità arriva a riflettersi persino nel linguaggio.
Sono debitore allo scienziato irlandese C. S. Lewis, noto in tutto il mondo come scrittore cristiano, di un efficace esempio: per una donna altruismo significa "prendersi cura dell'altro", per un uomo "non dare fastidio all'altro". Entrambi sono, quindi, facilmente portati a considerare l'altro un egoista. E in un mondo in cui domina l'egoismo, ciò conduce in ogni caso ad una condizione di svantaggio per la donna. A tale situazione reagisce il femminismo, che nell'avanguardia estrema del movimento
gender (genere) nega la differenza tra i sessi sul piano della natura.
Vorrei correggere in parte la frase di Antoine de Saint-Exupèry, secondo cui si dovrebbe, invece che guardarsi negli occhi, rivolgersi verso una direzione comune. In primo luogo "amore" significa veramente "sguardo l'uno nell'altro", "reciproco tu". Ma se sono solo due, allora in quest'amore non si realizza alcun noi; ciascuno dice all'altro tu. Si parla di noi, quando esiste una terza cosa o una terza persona. Tuttavia, in genere il terzo è ciò che si esclude con un atteggiamento di distacco. Se, però, la comunione consiste nel volere la stessa cosa - come già affermavano gli Antichi - e io desidero solo te e tu desideri solo me, allora non vogliamo la stessa cosa e non siamo veramente uniti! Di conseguenza, dice Riccardo di San Vittore (teologo francese del XII secolo), i due dovrebbero diventare insieme una cosa sola nell'amore verso un terzo.
È bello che noi cristiani crediamo all'esistenza della Trinità, benché molti tendano erroneamente ad interpretarla come una "Duo-unità" (il Padre e il Figlio), considerando lo Spirito Santo solo come amore, legame o dono tra Padre e Figlio, quasi che le tre Persone non siano dello stesso rango e maestà.
La comunione d'amore si realizza solo là dove i due si prendono cura del terzo ed esso gode di essere al servizio della loro unità. Il Padre e il Figlio rivolgono il loro sguardo allo Spirito; il Padre e lo Spirito al Figlio; e il Figlio e lo Spirito al Padre. Anche noi possiamo vivere insieme questa comunione dell'amore: con mia moglie amo Dio; con Dio amo mia moglie e Dio e mia moglie amano me, mi sopportano - e così diventa più facile per mia moglie perché non mi deve sopportare da sola.
Agnese: Oggi la dignità dell'uomo viene fin troppo spesso calpestata, soprattutto quella di tanti uomini, donne, giovani e bambini costretti a lasciare la propria terra. Di frequente sono esposti ad uno sfruttamento disumano e devono sperimentare l'umiliazione del rifiuto, della non-accoglienza, dell'essere trattati come un problema e non come delle persone.
In che senso la dignità di ogni uomo è inviolabile? Qual è il suo fondamento? Cosa significa che l'uomo è persona?
Jörg Splett: Alcuni dicono che la dignità dell'uomo dipende dal fatto che siamo creature di Dio. Ma anche le pulci e le cimici lo sono. L'uomo è qualcosa di speciale perché Dio lo chiama per nome, gli dice
tu e si rivela a lui come un
Tu. Qui si ritrova il fondamento ultimo della dignità di ogni persona. Qualsiasi cosa gli altri possano dire, nessuno di noi è "capitato" per caso, ciascuno invece è stato chiamato.
In una società, tuttavia, in cui molti non credono più a Dio, non si può affermare questo in modo così diretto. Chiamo, quindi, in aiuto il filosofo Kant, il quale afferma: siccome possiedo una
coscienza e sono assolutamente obbligato a seguirla, a "rendere onore alla verità", ad essere umano invece che disumano e ad accettare la morte piuttosto che agire contro la mia coscienza, allora come uomo partecipo all'assolutezza e allo splendore della verità.
Chi non condivide la fede nella creazione dovrebbe riflettere sul fatto che l'uomo in quanto qualcuno [e non qualcosa] sente in coscienza l'esigenza di essere ad ogni costo umano e non disumano. Ho incontrato dei cinici, che seriamente ponevano la domanda: "Why to be moral?" (perché essere morali?). Però non ho mai incontrato un "cattivo" che non si ribelli moralmente qualora abbia l'impressione che gli si stia facendo un torto.
Non abbiamo, dunque, la dignità perché
siamo buoni. Se così fosse, continueremmo a perderla e a riacquistarla. Essa ci appartiene perché
dovremmo (sollten)
1 essere buoni. Dato che ogni uomo in ciascun momento
dovrebbe (sollte) assolutamente essere buono, nessuno perde mai la sua dignità, fosse anche il peggiore violentatore di bambini.
Dignità significa: qualunque cosa uno abbia fatto o subìto, egli rimane sempre un qualcuno che va assolutamente rispettato, anche nel caso di un omicidio per legittima difesa. Gli attentatori di Hitler non volevano uccidere un insetto nocivo subumano, bensì nel dolore si videro obbligati a liberare il popolo da un simile criminale. Si tratta naturalmente di casi estremi; tuttavia in essi si rivela ciò che è sempre valido: devo stimare e rispettare l'uomo prima di ogni merito e nonostante ogni colpa, poiché egli rimane sempre confrontato con l'esigenza di rendere onore alla verità e di compiere il bene. Ciò fa dell'uomo una persona, un
qualcuno e non un qualcosa!
L'uomo è un
qualcuno sempre. E qui emergono delle difficoltà per quanto riguarda l'inizio e la fine della vita. Taluni affermano che diventiamo qualcuno durante la gravidanza o alla sua conclusione o addirittura a partire dal secondo anno di vita. Il nostro stesso linguaggio contraddice quest'idea. Non diciamo: "è nato
qualcosa da cui poi ho avuto origine
io" o addirittura "è nato
qualcosa che poi sono diventato
io". In quale momento successivo all'inizio del nuovo organismo, dovuto alla fusione delle cellule, si può affermare in modo fondato: finora avevamo a che fare con qualcosa, da adesso con qualcuno? Lo stesso vale anche per la fine della vita. Che cosa giustifica l'affermazione: siccome non è più possibile la comunicazione non si ha più a che fare con qualcuno, ma con qualcosa?
No, la persona è qualcuno dall'inizio alla fine, essenzialmente. Fin dai tempi antichi l'uomo è stato definito come "essere vivente razionale" o come "essere della parola" anche quando si trattava di persone mute o non in grado di ragionare. S'intendeva appunto la facoltà, la capacità fondamentale di parlare, non la sua attuazione concreta.
Oggi vi sono dei filosofi, come Derek Parfit, i quali affermano che quando dormiamo non siamo più persone. Il non uccidere chi sta dormendo sarebbe solo una convenzione, dato che coloro che si addormentano hanno il desiderio di risvegliarsi e, quando si risvegliano, a causa dei loro ricordi ritengono di essere la stessa persona di prima e non una nuova. Oggi siamo arrivati fino a questo punto nella discussione sulla dignità dell'uomo e il riconoscimento dell'altro. E questi fronti sono sorti ora persino nell'"occidente cristiano".
Golda: Abito a Solothurn in Svizzera e sto frequentando la scuola per infermieri. La mia domanda si riferisce anche alla mia vita quotidiana in ospedale, dove incontro tanti stranieri, persone di culture totalmente differenti e una grande varietà di situazioni di vita. Quali sono i principi umani e i fondamenti antropologici per un incontro con l'altro in cui la diversità e l'unicità di ognuno non vengano uniformate ma stimate? È possibile che l'altro mi apra al mistero di Dio e dell'uomo?
Jörg Splett: Questo è un punto molto importante. In effetti, nessuna persona è uguale all'altra. Ognuno di noi ha uno sguardo irripetibile sul mondo, l'uomo e Dio.
C. S. Lewis scrive di tre amici: A, B e C. Quando C muore, A non perde solo C, ma anche tutte le sfaccettature di B che risaltavano, quando C veniva in visita. Ho vissuto quest'esperienza con mia moglie, quando è morto, parecchi anni fa, il mio migliore amico. Vi sono aspetti di mia moglie che non appaiono più, perché si rivelavano solo quando lui veniva a trovarci. Ognuno di noi ha una prospettiva sul mondo che solo lui possiede, ma non per tenerla per sé, bensì per trasmettere agli altri ciò che ha visto.
S. Agostino in paradiso aspetta ciascuno di noi, perché da ognuno imparerà qualcosa su Dio che egli ancora non sa. Nessuno tra noi conosce così tante cose come S. Agostino, ma ciascuno sa qualcosa che il grande dottore della Chiesa non sa. Ogni sguardo è
insostituibile. La vita è, quindi, uno scambio.
In ogni situazione, non solo si dà, ma anche si riceve e ciò vale nelle relazioni con tutte le persone, specialmente là dove ci si prende cura degli altri: bambini, anziani, malati, morenti, stranieri, profughi... Di conseguenza, si dovrebbe andare incontro all'altro non solo con stima, ma anche con
gratitudine.
Ciascuno è "particolare". Anzi, più che particolare, ciascuno è un "singolo individuo". Non tanto la ragione e la libertà, ma il profondo della coscienza di ogni persona (la Bibbia dice: il cuore) fa di ogni singolo essere umano qualcuno di unico. Il teologo medievale Duns Scoto parla di un'"ultima solitudo", cioè di una solitudine ultima: non si tratta di isolamento ma di un qualcosa che è importante proprio nelle relazioni con gli altri. Nessun altro può sostituirmi nel mio credere, sperare e amare.
Chi scopre questo mistero della persona umana, in se stesso e negli altri, può aprirsi in modo nuovo a Dio. E ancora di più: chi si apre alla chiamata di Dio è in grado di vedere meglio il mistero dell'uomo, l'unicità di ogni singolo individuo. Ciascuno, infatti, vive come insostituibile eterno tu di Dio.
Anne: Sono francese e abito a Parigi, dove lavoro nel settore delle politiche agrarie. Per me questo impiego è un'occasione per impegnarmi a favore del nostro mondo, affinché un maggior numero di persone abbia il necessario per mangiare e vi sia meno inquinamento dell'ambiente. Siamo, infatti, corresponsabili per il futuro dell'umanità.
Sempre di più attraverso i mass media siamo a conoscenza di fatti tragici in tutto il mondo. Ad esempio di recente in Francia si è parlato molto dei migranti e rifugiati a Calais cacciati via dalla polizia. Tutte queste esperienze possono generare un senso d'impotenza. Che cosa significa in questa situazione vivere la nostra responsabilità?
Jörg Splett: Spesso siamo davvero impotenti e incapaci di fare qualcosa direttamente. A questo proposito S. Tommaso d'Aquino cita Aristotele: "Ciò che possiamo operare attraverso i nostri amici è come se potessimo farlo noi stessi". E il nostro migliore amico è Dio.
In primo luogo, si può pregare sempre e per tutti. La questione è se crediamo davvero che la nostra preghiera metta in moto qualcosa e abbia un qualche significato. In San Tommaso leggiamo: Dio vuole le nostre preghiere, le nostre richieste, perché desidera darci la dignità di collaborare alla creazione del mondo. Vuole condividere la responsabilità, i
diritti d'autore per il corso della storia. Possiamo davvero cambiare il mondo. Ma ci crediamo? Per questo la preghiera di richiesta è stata definita il caso serio della fede. Crediamo di poter operare qualche cosa, non solo con le nostre azioni, ma anche con la nostra preghiera? Dio non vuole fare alcune cose senza essere invocato. Pensiamo nel Vangelo al cieco di Gerico (cfr. Mc 10,46-52), che grida chiedendo aiuto. Gesù gli domanda: "Che cosa vuoi che io ti faccia?".
Una seconda risposta è che anche noi possiamo e anzi dovremmo (sollten) fare qualcosa, cioè ciascuno al proprio posto: al lavoro, nello studio, nella nostra famiglia, nei nostri ambiti d'impegno. Anche così si raggiunge tutti. Ricordiamoci ancora una volta dell'amore al
prossimo. Invece di stare a ragionare chiedendomi che cosa Dio voglia dalla chiesa in Germania, dovrei chiedermi che cosa voglia da me: nella mia famiglia, nella mia professione. Dio chiama alcuni per dei compiti speciali. Tuttavia anche in un ordine missionario il maestro dei novizi strapperà il novizio ai suoi sogni di conquista del mondo per dirgli di andare a lavare i piatti.
Un esempio biblico (cfr. Gen 18,16-33) : tre uomini vengono da Abramo e gli promettono che l'anno seguente avrà un figlio. Subito dopo Dio gli comunica la sua intenzione di andare a Sodoma e Gomorra, il cui peccato grida fino al cielo, per annientarle. Abramo osa contrattare con Dio in una disputa mozzafiato, finché il Signore promette che la città non verrà rasa al suolo, se in essa si troveranno dieci giusti. Tuttavia, si compie la distruzione: non si trovarono là nemmeno dieci persone oneste. Ogni cattivo a Sodoma e Gomorra è colpevole della fine delle due città, poiché se fosse stato il decimo le avrebbe salvate. Da lì deriva per gli ebrei il
minjan (numero): per la preghiera comunitaria è necessario essere almeno in dieci.
Non contano, dunque, solo le azioni che noi intraprendiamo, bensì già ciò che noi
siamo. L'essere al proprio posto di ciascuno è davvero decisivo! Ciò ha conseguenze sul tutto, anche quando ci sentiamo impotenti di fronte alle circostanze esterne. D'altra parte, non è poi così corretto affermare che non possiamo fare nulla se pensiamo alle origini del cristianesimo, iniziato con dodici persone, per di più riunite a porte chiuse. Quindi dovremmo opporci alla tentazione della rassegnazione, ma ciò non è possibile, a lungo andare, senza una comunità. Anche per questo ci siamo incontrati qui.
Agnese: Siamo presenti a questa Scalabrini-Fest internazionale, perché ci affascina l'esperienza della "cattolicità" nel senso autentico di "universalità": essere collegati tra noi come famiglia dell'umanità sparsa in tutto il mondo. Ci rendiamo conto di quanto sia importante continuare ad occuparci di questi temi e a formarci per agire dal di dentro, nei più diversi settori della società, come sale e lievito là dove lavoriamo, studiamo e viviamo a favore di un'autentica convivenza tra le diversità, un'esperienza liberante di comunione di cui l'umanità ha profondamente sete.
Uno dei suoi numerosi articoli s'intitola: "Bello essere cattolici". Che cosa intende dire? Come si collega la cattolicità all'incontro con lo straniero e alla festa?
Jörg Splett: In primo luogo vorrei ricollegarmi a ciò che è già stato detto: siamo tutti creature e figli dello stesso Dio Padre e fratelli e sorelle di Gesù. Questo è un motivo per far festa oltre tutte le frontiere. Celebrare significa - secondo Josef Pieper - approvare e benedire quotidianamente il mondo in modo non quotidiano. La parola "cattolico" vuol dire letteralmente "secondo il tutto", "nell'interezza", S. Agostino la traduce con "universalis". In effetti, è bello sapersi fratelli e sorelle dentro la famiglia dell'umanità, poter appartenere a questa "totalità", che è tutto il mondo, in Dio e nel suo Figlio Gesù Cristo. Questa è la prima dimensione della cattolicità.
Il testo che ho scritto riguardava il messaggio cristiano. Prima di tutto è una fortuna speciale poter essere cristiani e sapere che Dio stesso ci ama talmente tanto da accoglierci nel suo cuore come fratelli e sorelle del suo Figlio Gesù.
Per quale motivo io ho la possibilità di sapere questo e altre persone, che sono migliori e più intelligenti di me, non lo sanno? Non ho una risposta a tale domanda. Posso solo dire che non è merito mio e che io sono tenuto a comunicarlo agli altri (come scrive l'apostolo Paolo). Nessuno ha la verità per tenerla per sé, ma per trasmetterla.
È questa un'imposizione nei confronti degli altri? È lecito testimoniare la verità?
Pensiamo ad un esempio di vita quotidiana: in genere quando si scopre un buon ristorante, con un'ottima cucina, lo si racconta volentieri agli altri. Tanto più, allora, quando mi vengono donate delle risposte alle mie domande più profonde, l'amore e l'amicizia per gli altri mi dovrebbero vietare di trattenerle per me. Allora "devo" parlarne ? con tutta la necessaria discrezione e senza essere insistente.
Infine, sono contento e grato in modo particolare di poter essere cattolico e di conoscere i sacramenti. Non significa, però, che io mi consideri migliore per questo. Non è merito mio. E il fatto di essere chiamato ad una maggiore vicinanza comporta anche un più grande pericolo. Solamente chi riceve i sacramenti, può riceverli in modo indegno. Detto in modo estremo: né il sommo sacerdote né Erode avrebbero potuto tradire Gesù con un bacio, ma solamente uno degli apostoli.
Si tratta di qualcosa di particolarmente serio, ma soprattutto di un dono straordinario. Ciò non significa che io debba considerare sempre positivamente ciò che si vive nella Chiesa. Così avviene anche nella mia famiglia, sia in quella di origine sia in quella che mia moglie ed io abbiamo potuto formare. Il fatto di avere un luogo in cui si è a casa è motivo di particolare gratitudine. Si possiede una casa anche per poter accogliere degli ospiti. La parola "casa", "Heim" in tedesco, ci porta a dire qualcosa sul mistero (in tedesco "Geheimnis"): il mistero di ogni singolo, del nostro essere comunità e della nostra fede. La maggior parte delle persone pensa a "mistero" come ad un enigma o ad un problema irrisolto, da cui si è esclusi. Invece, è vero il contrario. La parola tedesca "mistero", "Ge-heim-nis" è composta di tre parti: "Ge" indica l'insieme (ci sono in tedesco altre parole che iniziano con "Ge" per indicare un insieme di animali, di montagne...). La terza parte è "nis", particella con cui terminano anche altri sostantivi e che significa "così è". Al centro della parola c'è "heim", "casa".
Allora "Geheimnis" significa "essere riuniti a casa". La patria è "
incomprensibile" perché ci
comprende da tutti i lati.
Tutti gli stranieri, che lo sappiano o no, sono a casa nell'amore di Dio, nell'abbraccio sicuro della Trinità, nella comunione dei Tre che sono Uno. In Gesù Cristo l'intera creazione ed ogni uomo sono accolti in questa vita. Quaggiù rimaniamo sempre degli erranti, pellegrini, stranieri; ma nel più profondo siamo tutti qui ed ora già a casa.
[Dall'intervento del Prof. Dr. Jörg Splett]