Canto di libertà


La Casa del Migrante dei Missionari Scalabriniani a San Paolo è sempre stata, nel corso della sua storia, popolata di tanti volti che indicavano origini e culture diverse. Volti di migranti provenienti da altri Stati brasiliani e di immigrati e rifugiati provenienti da paesi limitrofi dell'America Latina. Nei corridoi della Casa era comune sentire, oltre al portoghese, anche lo spagnolo. In questi ultimi anni, però, risuonano nei corridoi parole in francese, in inglese o in lingue e dialetti sconosciuti e si nota un maggior numero di giovani, uomini, donne e persino bambini, i cui tratti e colore della pelle rivelano origini africane.
La presenza crescente di congolesi ha cominciato a farsi notare anche al corso di portoghese, tenuto da noi missionarie il sabato mattina.


Durante una di queste lezioni abbiamo ascoltato un canto popolare della regione amazzonica, intitolato "Amazônia Livre", il quale esprimeva tutta l'esuberanza e la bellezza di quella terra e il desiderio che possa essere libera da tanti interessi e sfruttamenti per diventare una terra amata e rispettata da tutti. In poco tempo un rifugiato congolese ha imparato le parole del canto e ha cominciato a ripeterlo, con una luce speciale nello sguardo, anche nelle lezioni successive.
Gli abbiamo domandato, allora, perché gli piacesse tanto quella musica e rispondendo ha esclamato: "Il Congo è l'Amazzonia dell'Africa! È un paese pieno di ricchezze e di bellezze naturali, con foreste, fiumi e laghi!". E poi ha aggiunto: "Come l'Amazzonia anche il Congo deve essere libero!".

Di lezione in lezione, nei contatti personali e in un rapporto di fiducia, stima ed amicizia, abbiamo cercato di conoscere e capire più profondamente che cosa c'è dietro ai volti di tanti rifugiati.
È abbastanza noto il fatto che le guerre in vari paesi dell'Africa provocano esodi forzati di milioni di rifugiati, in cerca di paesi dove possano vivere ed essere accolti. Oltre a ciò, miseria, fame, epidemie, persecuzioni politiche o religiose obbligano, continuamente, milioni di persone a lasciare la propria patria.

La Repubblica Democratica del Congo è considerata uno dei più ricchi paesi dell'Africa, con potenzialità agricole, forestali e con risorse come oro, coltan (fondamentale per la produzione dei telefoni cellulari), bronzo, petrolio, cobalto, diamanti e legnami pregiati.
Dagli anni '90 si sono susseguite guerre civili terribili e dimenticate che hanno già causato almeno 3,3 milioni di morti. A partire dal 2000 vi sono stati molti tentativi per raggiungere una pace più stabile, attraverso passi di avvicinamento tra le varie fazioni in conflitto e la formazione di un governo con elezioni nazionali e locali fino ad arrivare ad un accordo, firmato nel mese di gennaio 2008 da tutti i gruppi coinvolti.
Vari sforzi sono stati fatti anche dalla comunità internazionale, con l'invio di una Missione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite in Congo, una truppa speciale di pace che però ha assistito impotente all'evoluzione di nuovi conflitti che continuano tuttora.
La Chiesa Cattolica, per mezzo della Conferenza Nazionale dei Vescovi, ha denunciato gli abusi e le violenze che tenterebbero di dividere il paese in piccoli stati, facilmente controllabili da parte di organizzazioni straniere, statali e private, che pretendono di sfruttare le risorse minerarie ed energetiche dell'area. Probabilmente sono le stesse che stanno finanziando nuovi scontri, non rivelandone le vere cause, ma facendoli apparire come conflitti etnici. Tali organizzazioni approfitterebbero del disordine politico per manipolare le ricchezze del Congo.
Secondo l'Alto Commissariato dell'ONU per i Rifugiati, nel mese di aprile di quest'anno il numero dei civili sfollati nell'est della Repubblica Democratica del Congo è salito a più di 100 mila persone, stimando in più di 1,4 milioni il totale dei profughi.

Questa è la realtà nascosta dietro allo sguardo ed all'ansia di libertà del nostro amico congolese: la storia del suo popolo, così come la preoccupazione per la moglie e i figli, rimasti in Congo. Il suo desiderio di un futuro di pace gli ha dato la forza per fuggire e arrivare fino in Brasile, dove condivide insieme ad altri conterranei la speranza di ottenere l'asilo e il permesso di stabilirsi qui.
Speranza unita alla fede che, molte volte, il popolo congolese esprime non solo attraverso i suoi canti, le sue danze e i ritmi tipici nella liturgia, ma anche nel coraggio di credere, nel dolore, al Figlio di Dio che consegnando la Sua vita per noi ha superato tutte le barriere egoistiche dell'uomo, aprendoci a ricevere la vera libertà.

Il cammino del Congo verso la pace è lungo e sofferto, così come interminabile è il dolore del continente africano e di molti rifugiati e migranti in tutti i continenti. Tutto questo interpella la nostra capacità di sperare, sognare, amare e sensibilizzare, perché i criteri evangelici di amore, rispetto ed accoglienza dell'altro possano diventare sempre più realtà concrete, sia a partire dalle nostre relazioni quotidiane, sia nel mondo intero.

Il corso di portoghese per i rifugiati, oltre ad essere utile per imparare la lingua, è anche uno spazio di incontro. Nonostante la rotazione dei partecipanti, che alloggiano nella Casa del migrante solo per un tempo limitato e sono impegnati nella ricerca del lavoro o di un posto dove abitare, insieme abbiamo imparato a stimare la dignità di ciascuno, con la sua origine e il suo retroterra socio-culturale differente. Un'occasione che permette di condividere le stesse aspirazioni di giustizia e di pace, in Brasile come in Africa.

Cristina Nava