Vita che si lascia trasformare

Il dono della fede spinge a cercare, nel cammino dell'umanità così come nei piccoli passi del quotidiano, le tracce del mistero del Figlio di Dio che ha preso carne nella vita del mondo non in modo generico e astratto, ma in una ben precisa storia, con una chiara modalità: una carne, un corpo, un'appartenenza culturale, proprio come noi. Dio non solo si è manifestato e si manifesta continuamente a noi, ma in Gesù si fa nostro compagno di viaggio, lasciandosi riconoscere nel cammino, in ogni gesto umano di condivisione. In ogni pane spezzato e condiviso.
In questa realtà grande e personalissima si colloca anche la mia vita, che ha trovato il suo nome e la gioia di potersi offrire al progetto di Dio in una precisa vocazione, quella delle missionarie secolari scalabriniane. Spesso penso con meraviglia che mentre venivo formata nel segreto del ventre di mia madre, il Signore preparava l'ambiente per la nascita di una nuova comunità nella Chiesa e nella Famiglia Scalabriniana. Proprio in quell'anno, infatti, e precisamente il 25 luglio 1961 con il sì di Adelia, il nostro Istituto Secolare iniziava ad esprimere la sua vitalità e ad affondare le sue radici nella terra dell'emigrazione.

Camminando in questa strada missionaria, nell'incontro e nella condivisione con la vita e le sofferenze dei migranti più svantaggiati, mi è stata regalata una visione del mondo e dell'uomo molto dinamica e aperta. Giorno per giorno la mia stessa vita, provocata ad una costante emigrazione da se stessa verso l'altro, è attraversata da un movimento di trasformazione.
Allora proprio oggi è il momento in cui chiedermi: quale esodo mi attende? Verso quale riva missionaria salpare? E la risposta è un "Eccomi!" pieno di gratitudine per l'incontro con tanti migranti, giovani, amici dai quali la mia vita si è lasciata, giorno per giorno, plasmare e riplasmare. Soprattutto mi sembra di cogliere ora più nitidamente che il cuore non chiede niente altro che di abitare stabilmente nella morte e risurrezione di Gesù, unica possibile risposta al dolore dell'uomo. Unica potenza capace di trasformare la morte in amore, il dolore in grazia, la farina e la fatica di ogni uomo in pane da spezzare con tutti. Ovunque.
Ho sempre pensato che l'incontro quotidiano con il dolore, o meglio con l'uomo sofferente, sia in fondo una grazia, perché mantiene sveglia l'attenzione del cuore sulla ricerca più ineluttabile di ogni esistenza: il senso della vita e della morte. In effetti non mi è difficile, come medico, intravedere già nella fisiologia del corpo umano il segreto di ogni trasformazione. Un insieme di molecole per diventare una cellula ha bisogno di un habitat e di un appropriato nutrimento per crescere. Ogni cellula del corpo, per poter esprimere il servizio per cui è creata, deve essere strettamente connessa con altre cellule che hanno la stessa funzione e, tramite innumerevoli connessioni, collegata a tutto il corpo. Ed è intuitivo che il benessere o la sofferenza di una singola parte abbia ripercussioni in tutto il corpo. Una dinamica di morte e vita - cellule che lasciano spazio ad altre cellule, morendo - attraversa continuamente il corpo rendendo possibile la sua vitale trasformazione.

Scoprire questo mistero di trasformazione che unisce la morte alla vita e in cui siamo già immersi - "in Lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo" (At 17,28) - porta a rileggere la propria esistenza nella sua unicità e nello stesso tempo nella sua interdipendenza dagli altri: nella gratitudine di non poter esistere senza l'intreccio con altre vite, con altre innumerevoli storie. Queste correlazioni fanno emergere non solo quanto siamo debitori agli altri, oltre che a Dio, di ciò che siamo e viviamo, ma soprattutto evidenziano che il nostro apporto alla vita del mondo, secondo innumerevoli strade, è irrinunciabile ed ha ripercussioni su tutto il corpo.
Ed allora non può essere senza significato il fatto che provo a scrivere queste righe, mentre la vita del corpo dell'umanità è attraversata da tante profonde ferite e catastrofi sia naturali sia dovute al comportamento irresponsabile dell'uomo. Realtà che ci portano personalmente e come comunità ad interrogarci sul debito di amore che ci vincola a tutti i fratelli.

Il dolore condiviso
Nel 1976 e nel 1980 l'Italia fu colpita da due forti terremoti, in Friuli ed in Irpinia, che si sono scolpiti nella mia memoria perché, da giovane quindicenne e poi diciannovenne, ho avuto l'opportunità di parteciparvi da vicino, offrendo il mio piccolo aiuto e ricevendo però in cambio l'inestimabile valore dell'occasione di uscire da me stessa e di accorgermi del dolore degli altri. Persone proprio come me, giovani, bambini, anziani, da un momento all'altro, senza preavviso, rimanevano spiazzati, senza più niente, senza progetti pronti per il futuro. Spesso strappati violentemente dai loro affetti più cari, dalle loro cose, dai sogni coltivati per una vita.
Mi sono accorta poi che questa esperienza assomiglia a quella di tanti migranti e soprattutto dei rifugiati con i quali condivido oggi la mia vita missionaria. Ed assomiglia anche, profondamente, al vissuto, a volte momentaneo, di chiunque nel cammino della vita sia sorpreso dal dolore e dalla malattia.
L'esperienza della malattia, infatti, è come se ci trasferisse di colpo in un terreno sconosciuto, dove ci sentiamo, in un certo modo, stranieri: dipendiamo dagli altri che non conosciamo, siamo costretti ad imparare un nuovo linguaggio, proviamo la solitudine e, a volte, l'umiliazione, insieme alla difficoltà di comunicare veramente ciò che stiamo vivendo.

Spesse volte, nella mia professione di medico, il dolore mi ha spiazzato, portando a nudo domande impellenti, universali, che avvicinano in modo impressionante gli uomini, a qualsiasi cultura o storia appartengano. Proprio in questi giorni una provocazione forte mi ha raggiunto attraverso la testimonianza di due amici, giovani sposi, Gianni e Fabiana. Attraversati dal dolore di attendere un bambino con una grave malformazione, forse incompatibile con la vita, scelgono, rifiutando il consiglio di abortire che li avrebbe portati ad evitare la sofferenza, di aprirsi al mistero dell'esistenza di questo figlio che chiede loro semplicemente di essere genitori. Scelgono di amarlo, di accompagnarlo nella sua breve vita, così com'è. E Giacomino, atteso per quasi nove mesi con incredibile amore, respira e vede la luce solo per pochi attimi. Ma Dio c'è ed accompagna Gianni e Fabiana, donando loro una forza ed una serenità di cui tutti si accorgono e si stupiscono. E il funerale si trasforma davvero nella celebrazione della vita che non muore, nell'annuncio, che tocca il cuore di tutti, di un amore che trasforma la morte in amore.
Il dolore può ferire e a volte dilaniare il corpo e l'anima. Ma il dolore condiviso, accompagnato da gesti umani, è come l'acqua che, aggiunta alla creta troppo secca, la rende ancora lavorabile. Qualcosa che penetra profondamente nella vita e la riplasma, modificando soprattutto il modo di rapportarci agli altri. Una trasformazione che ha raggiunto anche il mio modo di essere medico e di guardare l'altro, il paziente, in cui imparare a riconoscere la presenza di Gesù crocifisso e risorto. Così la medicina studiata all'università, disciplina scientifica, appoggiata sulla tecnologia e sicura di sé, con il tempo ha lasciato spazio ad una medicina disponibile prima di tutto alla relazione, a volte incerta, piena di dubbi e di domande, ma capace di condividere e di farsi vicina ad ogni uomo. Una medicina che, in qualunque ambiente culturale, viene ricercata ed apprezzata da ogni malato bisognoso di comprensione, ascolto, amore oltre e prima che di medicine.

Una medicina incentrata sulla persona
All'inizio degli anni novanta, appena arrivata a Roma, dopo un tragitto missionario tra Milano, Santiago del Cile e S. Paolo in Brasile, ho scoperto insieme ad altri medici volontari impegnati nel poliambulatorio della Caritas alla Stazione Termini1 che i migranti, riconosciuti ed accolti nel momento della sofferenza e della malattia, stavano offrendo alla medicina l'opportunità di riscoprirsi naturalmente transculturale: una medicina nuovamente centrata sulla persona, o meglio, sulla relazione con ogni persona2. La presenza degli immigrati iniziava infatti a rendersi evidente apportando una diversificazione culturale, sociale e demografica, e stimolando una rilettura della società ed una graduale trasformazione in ambito normativo, istituzionale, formativo ed organizzativo. In quegli anni, grazie alla sensibilità di alcuni medici pionieri, questo processo iniziò ad interessare anche la medicina suggerendo modalità di lavoro alternative per cercare di adeguare le risposte ad una domanda di salute nuova ed in continuo mutamento. Era necessario darsi da fare, preoccuparsi di un'adeguata assistenza davanti a tante persone che chiedevano pressantemente aiuto per ritrovare la salute, bene irrinunciabile per proseguire il loro percorso migratorio. Ma era necessario, e forse ancora più importante, stimolare le istituzioni, sensibilizzare le persone, coinvolgere i cristiani perché il loro generoso incontro con le persone migranti non si limitasse all'assistenza ma si trasformasse, nella Chiesa e nella società civile, in un fermento.

Questi medici cercavano di riscoprire, proprio nella prassi medica vissuta con gratuità, le tracce di una professione che voleva ritornare alla sua realtà più essenziale, la cura dell'uomo. Nel prendersi cura del proprio simile, a prescindere dalla sua identità giuridica, religiosa o etnica, come ha fatto il Samaritano, è infatti celato il mistero di un Dio che nel Figlio si è rivelato a noi come amore incondizionato, universale, per tutti e che chiama ciascuno a percorrere la stessa strada: "Và e anche tu fa lo stesso" (Lc 10,37).
Come spesso accade, la prassi, attraversata dalla luce del Vangelo e mossa da un bisogno non differibile come quello dell'assistenza sanitaria, ha preceduto i lenti percorsi del diritto dando luogo ad originali esperienze di assistenza transculturale non solo a Roma, ma anche in diverse regioni italiane ad opera soprattutto dell'associazionismo e del volontariato cattolico. L'affermazione del diritto alla salute come diritto universale e dunque patrimonio irrinunciabile della persona migrante, a prescindere dal suo status giuridico, ha successivamente potuto sancire quanto la vita, contribuendo allo stesso iter legislativo, aveva già fatto emergere.
A questo punto, quando il diritto alla salute dei migranti irregolari è ormai garantito per legge da oltre dieci anni, si potrebbe forse pensare che il significato di un servizio di promozione della salute offerto dalla Chiesa, attraverso il Poliambulatorio della Caritas, sia ormai superato e che sia tempo di spostare le tende altrove.
Ma l'esperienza avviata alcuni anni or sono con alcuni gruppi sistematicamente emarginati nell'accesso ai servizi sanitari, come i rom o la comunità cinese, ci sta dicendo qualcosa di diverso: vi sono ancora persone che rimangono escluse dalla fruizione di questo fondamentale diritto. Esso, poi, proprio l'anno scorso è stato messo, di fatto, in discussione nell'ambito dell'approvazione in Parlamento del "pacchetto sicurezza". Tale provvedimento prevedeva, infatti, in una prima fase, anche la revoca del divieto di segnalazione contenuto nella legge sull'immigrazione che impedisce ai medici di denunciare gli immigrati irregolari che si rivolgono per delle cure alle strutture sanitarie. Questi segnali ci indicano la necessità di continuare, come Chiesa, l'impegno in questo ambito attraverso la sensibilizzazione delle istituzioni e della società e l'attenzione a raggiungere coloro che ancora non riescono a beneficiare dell'assistenza sanitaria.

«La porta più sicura è quella che possiamo lasciare aperta»

Così dice proprio un proverbio cinese. In effetti da alcuni anni la sala dell'accoglienza del poliambulatorio è gremita di pazienti cinesi: donne, uomini, bambini. Succede così ogni giorno da quando, nel 2001, con l'aiuto di un gruppo di interpreti, abbiamo lasciato aperta la porta alla possibilità di un nuovo incontro con questa comunità che con estrema difficoltà riesce ad accedere alle strutture del sistema sanitario. Per fortuna la Provvidenza sta al passo con questo flusso di pazienti cinesi che vediamo crescere giorno per giorno. Ora anche alcuni giovani studenti degli ultimi anni della Facoltà di lingue orientali stanno scoprendo che non solo in Cina si può fare esercizio di lingua: anzi, qui la loro competenza linguistica e soprattutto la loro capacità di coinvolgersi con entusiasmo è molto preziosa. Il fatto è che a Roma non esistono altri luoghi così, in grado cioè di prestare assistenza sanitaria di base a migranti cinesi che non sappiano esprimersi in italiano. Spesso anche i cinesi con regolare permesso di soggiorno infatti, pur avendo diritto al medico di famiglia, non ne fruiscono, non tanto per problemi culturali, ma a causa dell'incomprensione linguistica o di ostacoli burocratici. E così la voce che al Poliambulatorio Caritas si parla cinese passa velocemente da migrante a migrante.
E qualche mese fa arriva un'ulteriore sorpresa: proprio un giovane cinese, di circa vent'anni, ci raggiunge e chiede direttamente: "Vorrei aiutarvi, come posso fare?". Si chiama Ze e parla a fatica l'italiano, ma i suoi occhi sembrano dire: "Non ditemi di no!". Qualche giorno dopo si ripresenta. È curioso, aperto, desideroso di imparare, sorridente. Da circa un anno ha raggiunto i suoi genitori che vivono a Roma da oltre sei anni. Vengono in mente le affermazioni che tante volte sentiamo e ripetiamo sui cinesi: una comunità chiusa, orgogliosa, silenziosa, che non vuole comunicare. Lo sguardo vivace e furbo di Ze sembra dirci qualcosa di diverso. E se ci fossimo sbagliati? La porta più sicura è quella che possiamo lasciare aperta, ci ripete il proverbio cinese. La porta di ogni relazione è l'apertura del cuore all'altro nella sua diversità, qualunque essa sia. E invece noi a volte, per sentirci più sicuri, ci chiudiamo e ci barrichiamo dentro le nostre case, le nostre città, le nostre idee, spesso i nostri pregiudizi.
Ze con semplicità e simpatia s'inserisce in poche settimane nell'équipe dell'accoglienza, tra lo stupore dei volontari. Di notte lavora come guardiano in un hotel cinese, di giorno studia l'italiano, ma il mercoledì pomeriggio non manca all'appuntamento con questo spazio di gratuità che sta scoprendo come un momento prezioso per la sua vita: la possibilità di fare qualcosa per gli altri senza un immediato contraccambio, senza escludere nessuno. La gratuità, uno spazio libero, di frontiera, che permette di collegare una riva all'altra; la carità, un ponte che avvicina, fa incontrare mondi apparentemente lontani. E in effetti Ze, con la sua disponibilità, ci sta aiutando a superare uno scoglio comunicativo che fino a poco tempo fa ci sembrava insormontabile, permettendo così di incontrarci.

L'incontro con il nuovo è sempre una chance: ci impedisce di diventare sedentari. Rimanendo in cammino, condividiamo gioie e dolori, domande, scoperte e fatiche, tutto noi stessi con chiunque incontriamo e scopriamo che è proprio questa la via della nostra trasformazione. Proprio lungo il cammino, infatti, Cristo continua a farci ardere il cuore e a farsi riconoscere quale indivisibile compagno di viaggio, mentre spezza il pane della vita vera con noi. E con tutti.

Bianca Maisano

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1 La Caritas Diocesana di Roma, dal 1983, anima un servizio rivolto alla cura della salute degli immigrati irregolari, promuovendo azioni di formazione, sensibilizzazione e progettazione sulle tematiche della medicina transculturale nella società civile.
2 Medicina transculturale: "Viene definita così la medicina che si prefigge di essere efficace in un contesto transculturale, ovvero che sappia tener conto dello specifico culturale esistente nella relazione operatore sanitario-paziente. Non è una nuova specializzazione medica, ma piuttosto l'applicazione alla medicina di uno stile di intervento che dedica grande attenzione agli aspetti relazionali", così in Migrazioni, salute, cultura, diritti. Un lessico per capire, a cura di S. Geraci, B. Maisano, M. Mazzetti, Studi Emigrazione 157 (2005) 34-35.